Il Memoriale

Si è pervenuti alla decisione di costruire un percorso narrativo che rievocasse gli avvenimenti legati al tentativo, coronato da successo, di sfondare la Linea Gotica, il sistema difensivo costruito dai Tedeschi per impedire l’accesso degli Alleati nella Pianura Padana, tenendo conto anche di come la popolazione del luogo visse tali eventi, in modo passivo o attivo (Resistenza) che fosse.

La decisione di dividere lo spazio in cinque scene è nata durante la fase di progettazione.

Nel l998, Arturo Ansaloni e lo scenografo Andrea Armieri decisero quali scene sarebbero state più rappresentative sull’argomento della Linea Gotica, in accordo con I.B. S. C.
La prima scena avrebbe illustrato il rastrellamento di civili di un borgo appenninico da parte dell’Organizzazione Todt, per essere impiegati come manodopera per le fortificazioni in prossimità del fronte.

Le due scene successive avrebbero avuto il compito di fare comprendere ai visitatori la precarietà dell’esistenza vissuta dalla popolazione, durante il duro inverno del 1944, a causa dei bombardamenti Anglo-Americani.

Con la quarta scena, si sarebbe messo in risalto il fatto che i Partigiani avevano deciso di reagire all’angosciosa situazione in cui era caduta Bologna, attaccando di notte, e con clamorosi colpi di mano i Nazi-Fascisti i quali approfittando della pausa invernale sulla vicinissima gotica organizzarono il 07 Novembre 1944 l’accerchiamento di una ottantina di partigiani asserragliati nelle rovine dell’ospedale Maggiore in  Riva Reno , dopo un giorno di combattimenti si arriva allo scontro di Porta Lame, con la vittoria dei Partigiani.

Per l’ultima scena si è deciso si ricreare l’ultimo scontro della vittoriosa offensiva alleata, che permise la liberazione dell’Italia Settentrionale: la scalata del Costone Riva, sede di un importante osservatorio tedesco, neutralizzato il quale fu possibile procedere alla conquista di Monte Belvedere, operazione indispensabile per sfondare la Linea Gotica.

In futuro si è preso in considerazione di realizzare via Rizzoli, percorsa dagli Alleati vincitori, tra il giubilo dei civili.
Nell’allestimento dei diorami, si è deciso di dividere i  metri  del fabbricato in modo che le scene non interferissero tra loro, ma risultassero completamente indipendenti, sia dal punto di vista visivo che sonoro; non è infatti possibile vedere la scena successiva partendo da quella precedente, mentre il sonoro, curato da Luigi Busacchi e Angelo , segue il visitatore mentre viene guidato per il quarto d’ora della visita.

Il percorso consiste in un unico sentiero: il visitatore riesce ad apprezzare ogni particolare dei cinque episodi per l’ottima messa in prospettiva.

Le uniche ringhiere, che per motivi di sicurezza dividono il visitatore dai manichini e dagli oggetti, sono presenti solo nella seconda e nella quarta scena, mentre per tutto il resto del percorso si è parte integrante dei diorami.

Le figure che animano le scene sono manichini realizzati basandosi su delle persone selezionate in base alle loro fisionomie: i loro volti sono, infatti, basati sui calchi degli attori che hanno avuto la funzione di modelli.

Dopo aver preparato delle schede illustrative di ogni personaggio, includenti il proprio ruolo e abbigliamento, i vari attori sono stati così fatti vestire e messi in posa, interpretando i personaggi delle scene.

A questo punto, dopo essere stati istruiti sull’azione da svolgere, mentre gli interpreti agivano, venivano fotografati, in modo che gli scenografi potessero basarsi su delle immagini statiche, ma comunque comunicanti movimento, di riferimento, per poi riprodurle.

Per dare vita alle scene si è fatto ricorso ad una vera e propria regia audiovisiva, memorizzata e pilotata tramite tecnologia digitale. Le voci dei vari personaggi sono state combinate da tecnici dello spettacolo, con gli altri suoni, rumori, luci ed effetti speciali, (come il pavimento vibrante sotto il bombardamento o il fumo delle granate dei partigiani), creando un’atmosfera di grande impatto psicologico.

Gli indumenti, rigorosamente originali, come le suppellettili e gli attrezzi presenti nelle scene, quando non appartengono agli Ansaloni, sono il frutto di donazioni.

Le armi dei manichini, tutte risalenti alla II Guerra Mondiale, provengono dal Museo delle Armi di Terni, concesse grazie alla richiesta inoltrata a Roma, presso l’ente responsabile dell’armamento terrestre, dal Dott. Giuseppe Lazzeri, Commissario dell’Istituto dei Beni Artistici e Culturali dell’Emilia Romagna.

Le divise provengono dalla collezione di Arturo Ansaloni; di proprietà del padre Edo sono invece i veicoli che conferiscono un notevole realismo ai diorami.

La progettazione delle scenografie, realizzate da Andrea Armieri e da Sebastiana Costa Ceccarelli, si è basata sia su documentazione fotografica, che su sopralluoghi, come quelli effettuati sulla località appenninica di Lizzano in Belvedere da  Andrea Armieri, al fine di ricreare convincentemente l’ambiente della prima scena.